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Benvenuti!

Exstudio è comunicazione aziendale, realizzazione di documentazioni foto/video, promozione di eventi dal vivo. La società dello spettacolare integrato richiede la “messa in scena” di prodotti, arte visiva, teatro. Ci occupiamo di questo.

(ò)Lab

C’è dell’altro in Danimarca
Cosa?
Un buco.
In mezzo?
Da qualche parte.
Chi l’ha scavato?
C’è da sempre.
A che serve?
Ai resti dello scavo, alla terra sul perimetro. Al bordo.
A che serve il bordo?
A piantarci i fiori.

(ò) LAB: campus teatrale per le fioriture del nulla

in collaborazione, per specifiche sessioni di lavoro, con:
Luigi Pagano – pittore (info: http://www.exibart.com/profilo/autoriv2/persona_view.asp?id=1519)
Patrizia Eger – attrice
Lucio Colle – regista
Daniele Sannino – attore
Crescenzo De Luca – clown
Lucia Alfano – psicologa
Eduardo Zampella – regista e formatore

conduzione: Massimo Finelli

(a) è l’oggetto piccolo di Lacan, il desiderio della ‘qual-cosa’ mai raggiungibile e personalissima che segna la differenza tra ‘l’uno’ e l’altro’, che ci individua e rende unici.

(a) è la nostra resistenza al desiderio dell’Altro sociale, politico, economico, collettivo. (a) è la chiave dell’insoddisfazione permanente,il nostro motore immobile, l’obiettivo del nostro mai chiaro desiderio di ‘altro’.

Chi fa teatro, chi dipinge, scolpisce, compone o scrive, non fa altro che costeggiare più o meno consapevolmente un vuoto di base, la mancanza ad essere che è il fondamento dell’essere umani, percepibile come tensione verso un non meglio definito “me stesso”. Si tratta di rendere produttiva la mancanza.

Il Teatro inteso come disciplina (i corsi di recitazione, dizione, mimo) è la trasmissione più o meno competente di modelli, pratiche, regole, codici e algoritmi del Grande Altro teatrale: educazione civica per la scena. Come ci si comporta in scena? Te lo insegno io. Cosa resta di te? Poco, ma che ti importa? Ci sono il regista, il drammaturgo, l’educatore…

In coda, vuoto a perdere, resta la personalità di un attore, quella che “o ce l’hai o non ce l’hai”, il suo fascino, il “quid” che fa la differenza.

Qui non si tratta di un Avere, ma di un Essere. A quell’Essere è necessario avvicinarsi. Come? Girandoci intorno, approssimandosi alla mancanza. Facendone fiorire i bordi.

Una tecnica, una competenza di base è necessaria, come è indispensabile a un pittore saper fare un ritratto; il passo successivo, il dis-facimento del ritratto, è poesia. Non occorre la perfezione tecnica per produrre qualcosa di scenicamente efficace, ma una presenza che sia corpo poetico, custode di un segreto.

Da dove cominciamo, per costruirla? Un punto potrebbe essere quello che resta delle esperienze precedenti. All’inizio ogni partecipante/cercatore selezionerà il “suo” teatro, mostrando agli altri una performance (monologo, frammento di uno spettacolo, canzone) che valga da presentazione. Si andrà radicalmente altrove, ma quello è il punto di partenza, la traccia per avviare la prima fase: preparare il terreno.

Ogni sessione di lavoro durerà 4 ore. Nelle prime due ore: tecnica. Nelle due successive: altro.

(ò)Lab prevede un incontro a settimana, ogni mercoledì, da novembre 2018 ad aprile 2019.
Ogni sessione di lavoro durerà 4 ore, dalle 15.30 alle 19.30 – il primo incontro è mercoledì 7 novembre 2018 alle 15.30.

Si consiglia la puntualità e un abbigliamento comodo, preferibilmente a tinta unica. Si lavora scalzi.

preparazione del terreno: novembre/dicembre
piantagione: gennaio/febbraio
prima fioritura : marzo/aprile
fioritura: maggio/giugno

Dove: Al terzo piano (Teatro) dell’ Ex – Asilo Filangieri , Vico Giuseppe Maffei, 4, 80138 Napoli NA

Siamo prigionieri del desiderio e della narrazione di un altro, che si suppone con la A maiuscola. Il trucco del potere (il Grande Altro) è far credere che esistano narrazioni più vere di altre, che mi dicano cosa è reale e cosa non lo è. Un esempio è la questione migranti; non è solo letteralmente una “domanda” a cui rispondere, ma un dramma dell’assedio: Troiani contro Achei. Le scaltre navi delle ONG sono altrettanti cavalli di legno. Il racconto della realtà crea la realtà, anche quella individuale.

Restando nello stesso scenario: la condizione del mendicante, del paria, dello scarto, dell’essere umano ridotto ai soli bisogni essenziali è il nostro incubo, la nostra verità.
Questi immigrati “non fanno niente e vogliono tutto.” Ci fanno incazzare perché quello tra virgolette è il NOSTRO sogno collettivo, quello che inseguiamo nella selva dei gratta-e-vinci.

L’economia mondiale si fonda su pseudo-bisogni mai soddisfatti. Un esempio divertente è andare al supermercato per vedere “cosa mi manca”.

Il punto è: cosa desidero? Di cosa sono innamorato? Dove, con chi, mi sento mobilitato? Quando, per cosa, a che condizioni dimentico di mangiare, di dormire, di occuparmi della nuda vita?
Non in vista del prossimo smartphone, a meno che non sia già totalmente identificato col desiderio del Grande Altro, a meno che io non sia un eterno poppante alla tetta del Mercato. In questo caso: amen.

E’ solo nel confronto con l’”altro da me” che sono in grado di capire e sentire “me”. La questione è “come” mi confronto con gli altri? La pratica teatrale ha un vantaggio, conosce il trucco: il Reale è inconoscibile, la realtà umana è narrazione; la messa in scena è l’unica realtà umanamente possibile.

In definitiva: sono come sono alle condizioni date, ma se quelle condizioni, sia pure per finta e per un tempo dato, cambiassero?

Non si tratta di trovare un presunto “meglio” di se stessi, ma di confrontarsi con le proprie idiosincrasie, rifiuti, resistenze, narrazioni alternative. A teatro (parlo da spettatore) sono attratto dalla parziale incompatibilità fra l’attore/attrice e il ruolo definito dalla scena. Nei casi migliori lo scarto, la differenza, è a netto favore del “resto”. Come a dire: sì, bene…è un Macbeth, un Edipo, una Anna Cappelli, è chiaro; ma c’è altro, non saprei dire cosa, forse non c’entra, ma in effetti sì…continuo a guardare…è un problema, finalmente c’è dell’altro in Danimarca…